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mercoledì 29 marzo 2017

Recensione #14: La parte dell'altro - Eric Emmanuel Schmitt



Buongiorno,
oggi parlo di un romanzo letto di recente e che non dimenticherò così in fretta.
Un genere di romanzo che leggo molto volentieri sono quelli della cosiddetta "storia alternativa", ovvero romanzi che ipotizzano uno sviluppo storico diverso da quello reale, che immaginano cosa sarebbe successo se...
In questo caso, Schmitt si occupa di un personaggio che definire problematico è sicuramente riduttivo. Il lettore deve essere ben consapevole di cosa sta per leggere, perchè l'autore vi obbliga ad entrare nella testa di questo personaggio, addirittura ad immedesimarsi con lui e vi assicuro che la sensazione è strana e spiacevole. Questo perchè il protagonista del romanzo si chiama Adolf Hitler.

Schmitt si pone un interrogativo partendo da un elemento chiave della storia di Hitler: l'8 ottobre 1908 il giovane Adolf non viene ammesso all'Accademia delle belle arti di Vienna. Questo piccolo episodio storico potrebbe aver cambiato le sorti del mondo? Cosa sarebbe successo se Adolf invece fosse stato ammesso e avesse frequentato questa scuola?
Ecco che il racconto di Schmitt segue due percorsi, in stile Sliding Doors, a paragrafi alterni seguiamo le vicende romanzate del dittatore che tutti conosciamo e di un giovane artista che cerca di coronare il suo sogno e diventare qualcuno nel mondo dell'arte. Da una parte quindi Adolf H. inizia la sua carriera di artista, alla perenne ricerca del suo stile e tormentato da fantasmi del passato, finché l'incontro con un personaggio straordinaria cambia tutto...
Dall'altra Hitler vede infrangersi i suoi sogni di diventare un celebre pittore e cerca di sopravvivere in una Vienna decadente che non lo vuole, convincendosi sempre di più della propria superiorità rispetto agli altri e di essere un prediletto destinato a grandi cose. 
La Prima Guerra Mondiale segnerà poi entrambi i loro destini.

Schmitt padroneggia la tematica con sicurezza e umiltà, dipingendo due ritratti speculari di un giovane Adolf in ascesa, cercando di entrare nella sua testa, di capire, comprendere, cercando delle spiegazioni umane e logiche a comportamenti che forse abbiamo sempre attribuito ad un essere demoniaco. Non bisogna mai dimenticare che quest'uomo era proprio questo, un uomo, e non è possibile diventare ciò che lui è diventato. Come infatti spiega nel suo diario di scrittura alla fine del testo (fondamentale), etichettarlo come 'diavolo' o 'il Male', giustifica in qualche modo il suo comportamento, e soprattutto fa pensare che nessun'altro potrà mai diventare come lui. 
Non posso descrivere il disagio che ho provato durante la lettura di questo testo, è difficile scindere il personaggio storico dai protagonisti della storia, eppure... A leggere le vicende disperate di un ragazzino con seri problemi psicologici, si prova un po' di compassione. Un po'. Svanisce anche quella alla fine. Si può incolpare il destino fino a un certo punto per la propria vita, sono le nostre scelte e i nostri comportamenti che poi lo determinano e per quanto la vita non sia stata buona con questo ragazzo, nella lettura psico-sociale di Schmitt, sono comunque i suoi tormenti, le sue illusioni  e un carattere intrattabile a condurlo passo per passo verso il delirio che sarà l'Hitler adulto. 

Consiglio questa lettura a chi ha voglia di confrontarsi molto da vicino con uno dei grandi personaggi del male della storia e a farsi qualche domanda spinosa. 

Eric-Emmanuel Schmitt (n. 1960 presso Lione) è un autore francese di spiccata fama in Francia, dove è noto soprattutto per le sue opere teatrali e per i suoi romanzi, nei quali si occupa di tematiche molto differenti tra di loro, ma con una netta preferenza per temi problematici, come la malattia, l'immigrazione, la religione e per personaggi storici controversi o comunque "difficili". Si consiglia Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano (2001) e  Oscar e la dama in rosa (1996).



mercoledì 4 maggio 2016

Recensione #13: The Book of Strange New Things - Michel Faber


Ho appena concluso questo mattoncino di 586 pagine e devo mettere su carta (metaforicamente parlando) le mie impressioni.
Il libro in questione è Il libro delle cose nuove e strane di Michel Faber (edito in Italia da Bompiani e tradotto da A. Pezzotta). 
L'autore, olandese di origine, ma che scrive in lingua inglese, si è fatto conoscere nel 2002 con il suo romanzo Il petalo cremisi e il bianco, dal quale è stata tratta anche una mini serie TV. Devo ancora leggere questo volume e ne sono molto incuriosita, le recensioni ad ogni modo sono tutte molto positive.
Il libro in questione invece è uscito nel 2014 e a livello di trama non ha decisamente nulla a che vedere con il precedente!

Trama:
Peter Leigh è un pastore protestante britannico e felicemente sposato con Beatrice, con la quale condivide ogni cosa, a partire dalla fede e dalla passione per la loro parrocchia. La sua vita viene completamente sconvolta quando viene scelto per una delicata missione, in senso proprio letterario: dovrà infatti recarsi su Oasis, un pianeta ai confini dell'universo e portare la parola di Dio ai nativi del posto. Una misteriosa fondazione, denominata USTC è disposta a spendere milioni di dollari per spedire Peter nello spazio e raggiungere la colonia terrestre su Oasis. Peter dovrà adattarsi alle alienanti condizioni di vita degli addetti di USTC e della loro base, alla popolazione indigena che lo accoglie come un vero salvatore e soprattutto alla lontananza da Bea, interrotta solo dalle fitte email che i due si scambiano, ad anni luce di distanza l'uno dall'altra. Ma potrà bastare per due persone così legate? Basterà a trasmettere a Bea le bellezze e bizzarrie di un nuovo pianeta? O a Peter per capire cosa sta succedendo a casa? La missione metterà a dura prova ogni cosa in cui Peter ha mai creduto, creando un divario forse insanabile tra lui e sua moglie, ma anche tra la sua nuova casa e il suo vecchio pianeta.

Recensione: 
Penso si sia già capito che questo libro mi è piaciuto moltissimo. Di più. Devo ringraziare Jen Campbell per averne parlato così tanto l'anno scorso...
 Le premesse erano già ottime, la combinazione di religione e fantascienza molto intrigante (ma non originale) e sufficienti ad attrarmi nonostante la connotazione romantica che di norma mi avrebbe tenuto alla larga. In questo caso però, il rapporto dei due protagonisti, vero nodo centrale della vicenda, mi ha coinvolto e toccato fin dalle prime pagine, facendomi affezionare a loro due anche in quanto coppia. Se tremavo per loro era più per il loro matrimonio che per le loro singole vite.
Non si può parlare di questo libro senza parlare di Cristianesimo, perchè ogni pagina contiene almeno una citazione da un verso della Bibbia, il "libro delle cose nuove e strane" come lo chiamano gli indigeni. Che ne accolgono il messaggio di speranza e pace come ogni pastore sognerebbe: a braccia spalancate. Peter non si trova certo a dover affrontare la diffidenza o reticenza che avrà invece accolto molti missionari di epoche passate. Il suo gregge non può fare a meno di lui e delle sue letture, per quanto difficili da comprendere, Questi "alieni" (l'unico alieno lì è Peter naturalmente) non rispecchiano nessuno dei canoni con i quali siamo soliti classificare e giudicare le persone e Peter ( e con lui il lettore) dovrà trovare il modo di avvicinarsi a questi personaggi apparentemente identici e non distinguibili, andare più a fondo e oltre a tratti caratterizzanti classici quali il viso, la voce, l'età e anche il genere, per apprezzare ciò che resta, la vera essenza di un essere vivente. 
La storia ci viene presentata soprattutto dal punto vista di Peter, mentre Bea, la Penelope in attesa, resta più in ombra. Ma quando si fa sentire nelle sue lettere, sempre più lunghe e precise di Peter, incapace di descrivere ciò che lo circonda, esprime tutta la sua nostalgia, il senso di abbandono e di mancanza di comunicabilità, che spesso si prova quando la propria metà è lontana. Non aiuta che quello che racconta siano fatti terribili, in un crescendo senza via di fuga. Ma ho molto apprezzato le sue bacchettate alle proposte deliranti di Peter (trasferiamoci in campagna, farai la casalinga, molla il tuo lavoro, te lo dico io). In certi casi ero in grado di prevedere perfettamente la reazione di Bea, dava esattamente le risposte che avrei dato anch'io.
Col passare del tempo però, stando con Peter nel suo villaggio indigeno tranquillo e beato, a poco a poco sono i racconti quotidiani di Bea a sembrarci lontani, confusi e incomprensibili. Ci si sente, come Peter, più a casa in mezzo alla natura umida e primitiva di Oasis che nelle stanze invase di luci al neon, elettricità e aria condizionata della base terrestre. Peter sembra spinto ad allontanarsi dalla base col rischio di "go native" (andare a fare il primitivo) come dicono i suoi colleghi, e come sembra essere successo al suo predecessore, tale Kurtzberg di reminescenza Conradiana...
Da appassionata linguista ho naturalmente apprezzato profondamente gli aspetti linguistici e traduttivi di questa storia. Gli abitanti così poco antropomorfi di Oasis hanno delle notevoli difficoltà di pronuncia con l'inglese della Bibbia (la King James) e di Peter, il quale quindi si trova a dover trascrivere passaggi interi del Nuovo Testamento per adattarli alle capacità orali dei suoi nuovi fedeli. Ma dovrà anche trovare un modo per far loro comprendere dei concetti impossibili da tradurre o da capire per chi non ha mai visto un pesce, simbolo così necessario al cristianesimo o non sa cosa distinguere tra i concetti di uomo e donna. La domanda che sorge quindi è: il messaggio di Dio è veramente universale? 

Non consiglio questo libro a chi non ama le letture a ritmo più contenuto, a chi non ama immergersi nel piacere della lingua e a chi preferisce tenersi alla larga dalle visioni 'di parte' (Peter si lascia sfuggire un'opinione poco elegante sull'Islam...). Consigliato a tutti gli altri.

lunedì 2 maggio 2016

Rainbow challenge: Aprile

Buongiorno,
Aprile è finito e quindi qui presenterò i libri letti durante il mese scorso per la Rainbow Challenge di Ilenia (qui il link per la partecipazione, l'iscrizione è ancora aperta). La sfida è molto semplice, basta leggere 6 libri con colori di copertina diversa da aprile fino a giugno. Si può fare!
Qui il link alle recensioni di aprile di Ilenia: Rainbow challenge: recap di aprile

Copertina rossa: La ragazza dello Sputnik di Haruki Murakami

Trama: 
Sumire, una riservata aspirante scrittrice, disorganizzata e impulsiva, incontra la matura, e sposata Myu, ricca donna d'affari, dalla vita molto regolata e schematica. L'incontro le cambia la vita, portandola a lavorare per questa donna che presto scoprirà di amare incondizionatamente. La storia viene narrata però dal punto di vista del migliore amico di Sumire, che verrà presto coinvolto in un mistero dai toni inesorabilmente maliconici.

Recensione:
Definirei questo romanzo come un Murakami classico, ottimo per chi si vuole approciare per la prima volta a questo autore (anche perché conta poco più di 200 pagine), perché contiene tutti gli elementi a lui più cari: la musica classica, dei personaggi dalla psiche confusa e alienata, un viaggio in Occidente e dei bizzarri accadimenti dal forte sapore onirico.
La storia d'amore che viene narrata è tenera e quindi fragile, con un elemento tragico intrinseco che tiene sulle spine il lettore. Il personaggio di Myu (che somiglia molto alla protagonista di 1Q84) non si riesce a comprendere fino in fondo e anche quando si apre al narratore, condividendo un momento della sua vita fondamentale e molto complesso, non riesce a spiegarsi comunque, restando in qualche modo irraggiungibile, proprio come il satellite che lei comicamente confonde con la Beatnik Generation che Sumire adora.
I personaggi di Murakami sono sempre in qualche modo fuori dal mondo, sospesi in un limbo, in attesa di qualcosa. E la sua scrittura trasmette molto bene questa sensazione di sospensione e attesa, da sala di attesa di un aereoporto. Sumire è incapace di portare a termine o anche solo iniziare un romanzo, per quanto la scrittura sia la sua vita. Qualcosa la blocca e la fa rimandare. Anche nel suo rapporto con Myu questo sarà l'elemento caratterizzante e solo quando si deciderà a dichiararsi le cose si metteranno improvvisamente in moto, anche troppo in fretta.
Quello che risalta poi sempre nei suoi romanzi, è la passione di questo autore per l'Occidente, in questo caso si parla di Italia ma anche di Grecia, paesi che attraverso i suoi occhi assumono un aspetto esotico e quasi magico. Quanto mi piacerebbe vederli così... L'isola sulla quale si rifugiano le due donne ha una forte reminescenza da Odissea, ricordando l'isola di Calipso, un paradiso in terra, in cui il tempo sembra fermarsi. Ma prima o poi le ruote del tempo devono riprendere a girare, cosa accadrà allora?


Copertina bianca: In altre parole di Jhumpa Lahiri 


Il bianco conta come colore? O è l'assenza del colore? Facciamolo contare. Questo libro mi è piaciuto moltissimo e ne ho parlato con fervore e passione qui: recensione
















Chissà che colori appariranno il mese prossimo...

venerdì 15 aprile 2016

Recensione #12: In altre parole - Jhumpa Lahiri

Scrivo subito questa recensione perché questo libro è bellissimo!

Ho scoperto Jhumpa Lahiri casualmente l'anno scorso, cercando testi di autori con un background multiculturale per la tesi. La sua raccolta di racconti Interpreter of Maladies (L'interprete dei malanni?) mi ha catturata. Una prosa coinvolgente e toccante, personaggi ben caratterizzati e vivi, un'ambiente culturale molto ricco e particolareggiato. Insomma, scrive molto bene la signora Lahiri. Di origini bengalesi, ha vissuto la maggior parte della vita negli Stati Uniti e scrive in lingua inglese. O meglio. Scriveva in inglese. Perchè da un po' di tempo la signora si è perdutamente innamorata della nostra lingua, l'ha studiata e ormai la padroneggia così bene, da essere in grado di scrivere direttamente in questa lingua. Ecco. Questo libro racconta proprio questa storia. 
In lettura dovevo ricordarmi di tanto in tanto, che quest'autrice non è italiana, perchè la sua padronanza del linguaggio è eccezionale. Sicuramente si è fatta aiutare e correggere, ma in ogni caso, scrivo in un modo in cui io non scriverò mai. A prescindere.
Descrive qui il suo folle innamoramento con l'italiano, accaduto per caso, quasi, e poi impossibile da mettere da parte. La storia inizia con un viaggio in Italia, con la sorella, per ammirare l'architettura, soprattutto quella di Firenze. Ma Jhumpa si accorge di qualcos'altro oltre all'arte:

Ma dall'inizio il mio rapporto con l'Italia è tanto uditivo quanto visuale. Benchè ci siano poche macchine, la città [Firenze] ronza. Mi rendo conto di un rumore che mi piace, delle conversazioni, delle frasi, delle parole che sento ovunque vada. Come se tutta la città fosse un teatro che ospita un pubblico leggermente inquieto, che chiacchiera, prima dell'inizio dello spettacolo. (pp. 21-22)

Di ritorno da questo viaggio inizia a studiare la lingua, prima da sola, poi con vari insegnanti. Fino alla fatidica decisione: trasferirsi a Roma con la famiglia. L'impatto con la città eterna è forte, è un mondo diverso per lei che ha sempre vissuto in America, ma finalmente è immersa nell'italiano, è costretta ad usarlo costantemente. E decide di iniziare a scrivere in questa lingua. L'impresa è impegnativa, molto faticosa, frustrante, ma se c'è una cosa che si capisce di questa donna, è che quando si mette in testa una cosa niente e nessuno è capace di distoglierla. Una forza di volontà di ferro!
E poi, si trova davanti l'occasione di scrivere un pezzo in italiano e doverlo tradurre in inglese. Di tradursi insomma, una cosa che non molti autori fanno:

Finora l'analogia era sempre stata romantica: un colpo di fulmine, un innamoramento. Adesso, mentre traduco me stessa, mi sento la madre di due figli. Mi accorgo di aver cambiato il mio atteggiamento nei confronti della lingua, ma forse il cambiamento riflette uno sviluppo, un percorso naturale. [...] Provo una passione ancora più intensa, più pura, più trascendente per i miei figli. La maternità è un legame viscerale, un amore incondizionato, una devozione che va oltre l'attrazione e la compatibilità. (pp. 91-92)

Sono molto curiosa di vedere come andrà avanti questo percorso. L'autrice sembra molto convinta a voler scrivere solo in italiano ora come ora e non penso che le manchino le capacità per farlo.
Consiglio questo libro a tutti quelli che, provengono da un ambito multilinguistico e sanno cosa vuol dire navigare tra lingue diverse e non sapere con quale identificarsi. Ma anche a chi a fatica ama e studia una lingua straniera, che vorrebbe fare sua, ma per la quale si sente sempre incompleto e distante. Ecco, la Lahiri conosce a fondo queste situazioni e le sa esprimere al meglio, Sembra saer leggere i miei pensieri e dotarli di una compattezza linguistica, che nella mia testa non hanno. Grazie.

lunedì 4 aprile 2016

Recensione #11: The Buried Giant - Kazuo Ishiguro

A molti mesi di distanza da Mantova e il suo festival, durante il quale ho avuto il piacere di vedere e ascoltare il signor Ishiguro, sono finamente riuscita a leggere il suo ultimo romanzo! Mi sono avvicinata alla lettura con trepidazione e timore, perché le recensioni che avevo sentito non erano molto positive. L'opinione generale era che il romanzo deludeva le aspettative degli amanti di Ishiguro, ovvero la cosa peggiore che si possa sentire a proposito di un autore che si segue con passione. E  purtroppo devo ammettere da subito che ha deluso anche me...
Traduzione italiana: Il gigante sepolto (edito Einaudi, traduzione di Susanna Basso)

Trama:

Siamo in Inghilterra, in un periodo imprecisato della lotta fra Sassoni e Britanni, molti anni dopo la morte del leggendario re Artù. Su queste terre regna una fragile pace e il pericolo maggiore per gli abitanti che vivono in piccoli villaggi sparsi tra le nebbie sembra provenire da un drago addormentato. Le fitte nebbie che ricoprono le valli causano una perdita collettiva della memoria, ma solo Axl e Beatrice, un'anziana coppia di britanni, sembra accorgersene. I due decidono di intraprendere un viaggio per andare a trovare il figlio, il quale abita in un altro villaggio. Non ricordano esattamente dove il figlio abiti, né il suo aspetto e tantomeno il motivo per cui se n'è andato. Ma sentono che il viaggio ormai è inevitabile ed è stato rimandato troppo spesso. 
Durante il viaggio incontrano vari personaggi, persi nelle nebbie fisiche e psicologiche come loro, tra i quali il giovane Edwin, allontanato dal suo villaggio sassone per la pericolosa ferita che porta e il guerriero Wistan, incaricato di proteggerlo, ma non solo... Incontreranno anche l'anziano cavaliere della tavola rotonda Galvano, l'ultimo baluardo di un passato dimenticato, che deve affrontare il pericoloso drago Querig e il suo destino. 
Insieme affronteranno un cammino sempre più intricato che li avvicinerà al loro passato e alle memorie che hanno perso e forse non dovrebbero recuperare...

Recensione:

La trama sembrava davvero promettente. L'ambientazione medievale ricca di cultura e mitologia, re Artù e un interessante percorso tra la favola e il racconto a trama psicologica. Il risultato però era molto confuso. Si fa fatica a seguire la trama, e i continui cambi di punto di vista non aiutano. Per quanto normalmente Ishiguro padroneggi molto bene la narrazione con un narratore inaffidabile, in questo caso la cosa gli è un po' sfuggita di mano. Le parti che seguono Galvano ad esempio somigliano a un debole flusso di coscienza, che però in un racconto già così confuso e vaporoso non portano da nessuna parte. Capisco che l'autore volesse riproporre la sensazione di confusione data dalla nebbia onnipresente del romanzo, ma una narrazione più lineare avrebbe reso la lettura molto più scorrevole e comprensibile. 
La ricostruzione storica è molto bella e dettagliata e ci si perde con piacere nel paesaggio. Avrei però forse desiderato più dettagli e nozioni sulle differenze tra sassoni e britanni e una descrizione maggiore del convento di monaci nel quale i personaggi si rifugiano per un periodo e dal quale devono fuggire in tutta fretta. 
Molto interessante è il personaggio del traghettatore, di molteplice origine mitologica, che traghetta sull'isola leggendaria (sarà Avalon?) soltanto le coppie il cui legame è autentico e puro. La tensione crescente che porta Axl e Beatrice verso il confronto con questo personaggio e l'esame del loro rapporto era per un elemento portante del romanzo.
Mi aspettavo però un focus maggiore su Axl e Beatrice e sul loro rapporto di coppia, che è sicuramente presente, ma frammentariato con le storie degli altri personaggi e rimandato tutto ad un epilogo finale. Il libro si conclude lasciando aperte molte domande e non avendo chiarito davvero fino in fondo la questione principale.
In conclusione, ho trovato molto più interessante il discorso fatto da Ishiguro a Mantova sulla memoria e l'importanza dell'oblio per il mantenimento della pace. Speravo che avrei ritrovato queste tematiche in maniera più approfondita nel romanzo. 

lunedì 7 marzo 2016

Recensione #10: The Nightingale - Kristin Hannah

Con le nebbie e la neve che ci ha sorpreso in questa prima settimana di marzo mi metto a recensire un romanzo finito un po' di tempo fa e che mi ha tenuto sveglia fino a tarda notte...

Il romanzo in questione è The Nightingale di Kristin Hannah (2015), tradotto in italiano col titolo L'Usignolo e pubblicato da Mondadori a gennaio di quest'anno. (traduzione di Federica Garlaschelli)
Si tratta di un romanzo storico, vincitore del Goodreads Choice Award 2015 per la categoria 'Historical Fiction'.
L'autrice californiana in patria ha un enorme successo come scrittrice di romanzi d'amore e a sfondo storico (le sue copertine dalle tinte pastello dicono tutto...), e ha trionfato nelle classifiche con questo dramma familiare.
Dico da subito che per questo romanzo servono un bel po' di fazzoletti e una calda bevanda coccolante, perché le lacrime non mancheranno... E lo dico da lettrice non particolarmente emotiva.

In love we find out who we want to be.
In war we find out who we are.

Trama:
La storia inizia negli anni '90 negli Stati Uniti e un'anziana narratrice si trova a fare i conti con un passato che aveva messo in soffitta (letteralmente). Il suo racconto ci porta a Carriveau, un paesino nella provincia francese, dalle parti di Lyon nel 1940. Vianne Mauriac, insegnante, vive una pacifica vita assieme a suo marito Antoine e sua figlia, dopo aver superato un difficile passato di abbandoni ed esser stata costretta a crescere e diventare grande molto prima del previsto. Ha un difficile e praticamente inesistente rapporto con la sorella minore Isabelle, una diciottenne ribelle e indipendente che ha passato l'infanzia a scappare dalle varie scuole in cui venne mandata. Ma siamo agli albori di una guerra che tutti temono e la vita di Vianne viene sconvolta quando suo marito viene spedito al fronte e Isabelle si rifugia da lei. Gli anni della guerra cambieranno le due sorelle radicalmente e le metteranno di fronte a delle scelte impossibili.
Mentre la protettiva e timorosa Vianne aspetta il ritorno del marito e si sottomette ad ogni decisione impostale dall'esterno, fino ad accettare in casa un soldato nemico, Isabelle dichiara fin da subito che non resterà con le mani in mano e difenderà la sua nazione dall'invasione nazista a qualunque costo. La coraggiosa ragazza non ci penserà due volte ad unirsi alla resistenza e a mettere in pericolo la propria vita, e non solo, per la causa francese. 

Cosa ne penso:
Come dicevo prima, questo libro mi ha tenuta incollata alle pagine e l'ho terminato in una lunga nottata perché non riuscivo a dormire senza sapere come andava a finire. Ma ammetto anche, che è stato un piacere terminare la lettura e tornare al presente...
Per quanto sapessi già a cosa andavo incontro leggendo una storia ambientata in questo contesto storico, il dolore e il male che ci possono essere in questo mondo non finiscono mai di stupirmi e arrivo impreparata a certe scene, incredibili e purtroppo molto realistiche. Non mi è possibile mettermi nei panni di chi ha vissuto le atrocità e le barbarie della seconda guerra mondiale e una parte di me ne è egoisticamente contenta. Ho sofferto molto assieme a queste due donne spettacolari e a ogni pagina mi sentivo scendere sempre di più in un abisso dal quale solo la mia conoscenza della storia mi salvava. Avrei voluto comunicare con Vianne e Isabelle, per dire loro che la guerra sarebbe durata a lungo, sarebbe stata terribile, ma che sarebbe anche finita prima o poi. 
Kristin Hannah non ci risparmia nulla, gli orrori della guerra e la disperazione percepita sono ovunque, ma si concentra anche su degli aspetti apparentemente minori, ma vitali in una vita di provincia: la solidarietà con i compaesani che viene messa alla prova e infine distrutta dall'arrivo in paese dei tedeschi. La sfiducia totale nel prossimo che il loro sistema di spionaggio è riuscito a compiere, ma al contempo il coraggio e l'altruismo che sono riusciti a brillare nell'oscurità. 
La trama viene sviluppata in maniera molto avvincente e spesso imprevedibile da parte dell'autrice, ma lo stile di scrittura non mi ha fatto impazzire. Troppo descrittiva in momenti superflui (non mi interessa conoscere ogni singolo quadretto e vasetto presenti nel soggiorno di Vianne), tende spesso a entrare nella mente dei suoi personaggi e a offrirci i loro pensieri, confezionati come un melodramma, abusando un po' troppo delle domande retoriche. Capisco però che questo stile è affine al genere letterario al quale appartiene questo romanzo e al quale io non sono particolarmente avvezza. Ma le passioni e i sentimenti che la Hannah è riuscita a trasmettere sarebbero stati possibili anche senza queste intrusioni costanti nell'intimità dei pensieri di Vianne e Isabelle.

Consigliato a chi ama leggere storie di donne complesse e sfacettate, di guerra e orgoglio patriottico, di forza d'animo e naturalmente d'amore, capace di imprese impossibili.

venerdì 29 gennaio 2016

Recensione #09: The Day of the Triffids - John Wyndham

Oggi parliamo della fine del mondo.

Più o meno. Il romanzo in questione è un cosiddetto 'post-apocalittico', racconta quindi la fine del mondo civilizzato e la sopravvivenza di un gruppo di persone in un ambiente completamente diverso da quello al quale erano abituati.
Questa bella edizione inoltre (Penguin Modern Classics) viene direttamente dal Regno Unito!

John Wyndham scrive questa storia (che in Italia è uscita con il nome di 'Il giorno dei trifidi', edito da Fanucci, nella collana Immaginario Solaria), nel 1951. L'ambientazione è Londra, in piena guerra fredda. 

Trama:
Bill Masen si sveglia una mattina in ospedale, con le bende agli occhi a causa di un'infezione, e capisce subito che qualcosa non va. Il silenzio che lo circonda, come dice lui, è 'da domenica, non da mercoledì'. Nessun infermiere viene a portargli la colazione e soprattutto a togliergli le bende, come previsto. In strada non si sente nessun rumore di macchine o persone. Cominciamo male.
Cos'è successo mentre Bill era in ospedale bendato? La terra ha assistito alla pioggia di meteoriti più spettacolare della storia. Tutti sono corsi in strada a vederla. Tranne Bill.
Ma quando Bill trova il coraggio di togliersi le bende da solo, scopre con orrore che tutte le persone che incontra sono diventate cieche. Da un giorno all'altro. E di conseguenza il mondo si è fermato.
Ma cosa sono i trifidi? E cosa c'entrano in questo scenario già abbastanza drammatico?
Alcuni anni prima dell'accaduto i russi scoprono una nuova specie di pianta, che cresce molto facilmente, in qualsiasi territorio e dalla quale si ricava un olio molto economico. Viene progettata l'esportazione della pianta all'estero, ma uno degli aerei che ne trasporta i semi subisce un incidente e precipita. I semi che trasportava si liberano nel vento...
Il piccolo Bill scopre una pianta nuova nel giardino di casa, dal fusto molto alto e con uno strano pungiglione. Mentre al mondo si moltiplicano le apparizioni di queste piante, chiamate trifidi, si scoprono due caratteristiche molto particolari: 1. la pianta è carnivora e usa il suo pungiglione per avvelenare le proprie vittime
 2. la pianta cammina.
Anzichè debellare subito questa pianta, viene coltivata e tenuta sotto controllo, nei giardini pubblici, allo zoo... Tutti ne vogliono una. E Bill, ormai diventato grande, si dedica alla coltivazione e allo studio dei trifidi, divenuti una passione. Ma un suo collega un giorno gli confida un pensiero che non lo abbandonerà più e che si rivelerà profetico: "I trifidi sono molto intelligenti, l'unica svantaggio che hanno nei nostri confronti è la vista. In una gara tra un uomo cieco e un trifide non ho dubbi su chi vincerebbe..."

La storia si sviluppa da questo punto come un romanzo di sopravvivenza in un mondo allo sbaraglio, in cui le piante si trovano improvvisamente in vantaggio. Riuscirà Bill a sopravvivere e a rifarsi una vita? E come si fa a ricostruire una società partendo da zero?

Cosa ne penso:
La trama e l'ambientazione di questa storia sono molto coinvolgenti e avvincenti. Ma oltre all'avventura, alle inventive necessarie per la sopravvivenza, Wyndham si dedica molto anche alla solitudine e alle relazioni interpersonali che si sviluppano. Bill scopre presto di non essere l'unico vedente in un mondo di ciechi, ma il divario tra i due gruppi è notevole e viene vissuto in maniera molto diversa da ognuno. La questione che si pongono i vedenti è quale sia la cosa più umana da fare: aiutare chi non ce la può fare da solo o abbandonare i non vedenti al loro destino, già segnato e non prolungare una sopravvivenza che non può durare. Egoismo o altruismo. 
L'aspetto sociale di questa storia è probabilmente quello che colpisce di più, perchè è molto facile immedesimarsi con i protagonisti e capire i loro dilemmi. I sopravvissuti cercano di ricostruire un mondo non ancora in macerie, ma che loro già vedono come tale e hanno il difficile compito di decidere che tipo di società vogliono mettere in piedi. Una scelta mai facile. 


Consiglio questo libro agli amanti del genere, a chi vuole scoprire le radici degli odierni romanzi distopici e post-apocalittici, a chi adora l'ambientazione anni '50. 


mercoledì 13 gennaio 2016

Recensione #08 Guanciale d'erba - Natsume Soseki

Questo romanzo è adatto a chi ha voglia di prendersi una bella pausa dallo stress quotidiano della città e del 21° secolo. Il respiro rallenta e già dopo alcune pagine ti senti meglio. 



Titolo originale: 草枕 Kusamakura

anno di pubblicazione: 1906
traduzione italiana: Lydia Origlia
casa editrice: Neri Pozza


Il 'romanzo' parla di un giovane pittore, o meglio un artista nel profondo, un poeta nell'anima, che decide di passare alcune notti in una casa da tè in mezzo alle montagne giapponesi, lontano da tutto e da tutti. Il pittore, l'io narrante della storia, spera di trovare qui l'ispirazione per dipingere, ma viene costantemente distratto dalle persone che incontra e dalle storie che gli vengono narrate. Da tipica tradizione giapponese queste storie parlando di fantasmi e pallide ragazze in kimono che fluttuano nella campagna. Ma la forza della storia a dir la verità, non sta nella trama. Quest'ultima è quasi assente. Il protagonista ha delle interessanti conversazioni con eccentriche signore, barbieri dal dubbio talento e vivaci monaci zen, ma tutti questi discorsi non portano molto lontano. Ciò che si può davvero apprezzare, sono i pensieri di questo artista, il mondo che viene ritratto attraverso i suoi occhi. Potrei definire questo libro una poesia in prosa, un estetico piacere musicale per le nostre orecchie. La calma e la tranquillità che riesce a trasmettere Soseki rendono la lettura di questa storia una rilassante meditazione zen.

Siedo solitario in un fitto bosco di bambù
suono l'arpa e modulo una canzone.
Folto è il bosco e non vi è ombra di uomo
(solo) la fulgida luna viene a illuminarmi.
 (p. 13, traduzione di una poesia di Wang Wei, poeta cinese, 699-759 d.C.)

Il romanzo viene, comprensibilmente paragonato a Walden di Thoreau (che ammetto di non aver letto, ma capisco bene il paragone), con l'aggiunta però di una fascinazione esotica data dall'ambientazione. Troviamo anche numerosi poesie giapponesi del '600 e '700 e riferimenti all'arte occidentale, in particolare ai romantici e preraffaelliti inglesi. Molti i pensieri sull'arte, il suo scopo (estetico per il protagonista) e la superiorità della natura rispetto alla civiltà. La natura per Soseki non sarà buona, è spesso crudele, ma non guarda in faccia nessuno, non fa distinzioni, è equa. 
Alla fine, l'eco della guerra russo-giapponese si farà sentire, anche se solo lontanamente, nel lontanto paesino in mezzo alle montagne, un chiaro segno per il pittore che è ora di tornare in città, che non si può dimenticare il mondo, perchè il mondo prima o poi ci raggiungerà.
Bellissimo l'italiano di Lydia Origlia:
"Se dipanassi il filo delle lacrime del vecchio troverei che si assottiglia sempre più fino alle lacrime. Ma è un uomo e non si lascia indurre a mostrarle." (p.166)


lunedì 14 dicembre 2015

Recensione #07 The Fishermen - Chigozie Obioma

Nei mesi scorsi è stato assegnato il Man Booker Prize di quest'anno ("Breve storia di sette omicidi" di Marlon James). Non sono ancora arrivata a leggere il libro vincitore, per due ragioni: 1. Mi spaventa un po', dalle recensioni mi sembra di capire che sia scritto in un linguaggio molto colloquiale, con forti regionalismi giamaicani. 2. Provo sempre maggiore simpatia per i perdenti piuttosto che per i vincitori...
La copertina è molto riuscita
secondo me, con i quattro ami
che si incastrano tra loro a
simboleggiare il legame tra
i quattro fratelli della storia.

The Fishermen è quindi l'unico libro della lista dei candidati che sono riuscita a leggere in tempo e sicuramente quello che mi ispirava di più. L'attrazione è dovuta forse anche alla nazionalità dell'autore Chigozie Obioma, nigeriano. Non mi posso definire un'esperta di letteratura africana e avevo davvero voglia di espandere il mio orizzonte letterario di questo continente.
Questo è il suo romanzo d'esordio e dovrebbe uscirne presto anche una traduzione italiana. 

Questo romanzo è ambientato nella città di nascita di Obioma, Akure, negli anni '90. I protagonisti sono quattro fratelli, le cui vite vengono completamente sconvolte dalla profezia di un pazzo vagabondo. I ragazzi, che hanno la passione della pesca, si troveranno a reagire a quanto sentito, ognuno a modo suo, ma tutti seguendo l'esempio del fratello maggiore, il modello di riferimento, che piano piano cessa di svolgere il ruolo del quale i più giovani hanno così bisogno.
 Il racconto, che ci viene presentato dal punto di vista di Benjamin, il terzogenito, parte come un romanzo di formazione per poi prendere la piega di una tragedia greca. L'ambientazione africana si sposa molto bene con questa inclinazione, arricchendo il racconto di miti e leggende locali e superstizioni troppo forti per essere sradicate dal progresso e dalla modernità comunque presenti. 
L'interpretazione della storia e della profezia restano in mano al lettore, che può dare al romanzo un'inclinazione più fatalista o meno. Personalmente me ne astengo e resto soddisfatta della duplice lettura possibile. 

Consiglio questo romanzo a chi è interessato a comprendere qualcosa di più dell'africana contemporanea (o storica ormai, mi sembra sempre che gli anni '90 siano dietro l'angolo), a chi piacciono le storie di forti legami fraterni e di ragazzi intraprendenti.

domenica 25 ottobre 2015

Recensione #06 Branchie - Niccolò Ammaniti



Questo è sicuramente il libro peggiore che ho letto questo mese. Ero molto curiosa di leggerlo, perchè si tratta del romanzo d'esordio dell'autore romano, scritto durante la stesura della sua tesi di laurea di Biologia (se finiva la tesi era molto meglio...) 
Il romanzo, uscito nel 1994, segue le vicende di Marco Donati, proprietario di un negozio di pesci a Roma, che si ritrova misteriosamente a intraprendere un viaggio in India, che decide di affrontare anche per evitare le cure di cui avrebbe bisogno per una grave malattia. In una Nuova Dehli improbabile, si ritroverà a suonare il didgeridoo in un bizzarro complesso musicale che predilige esibirsi nelle fogne, e che si troverà a dover affrontare un pericoloso chirurgo estetico pazzo che si diverte a giocare a fare il Frankenstein di turno.
Il racconto è un apologia dell' assurdo, con una forte componente di violenza. Ecco, forse è proprio questa combinazione che non mi convince mai, satira e ironia, combinati alla violenza. La delusione deriva anche dalle forti aspettative che avevo per questo libro, speravo si concentrasse molto di più sugli aspetti di biologia che invece sono quasi assenti. Il mestiere del protagonista sembra essere solo un'etichetta, perchè l'autore non approfondisce affatto questo aspetto. Peccato, ma essendo il suo romanzo d'esordio si può anche accettare, soprattutto ricordando gli ottimi libri che ha scritto in seguito.

Del libro è stato tratto addirittura un film...non oso neanche immaginare!


mercoledì 16 settembre 2015

Richard Flanagan - Festival della Letteratura di Mantova 2015




L'orrore e l'amore possono condividere uno stesso spazio senza annullarsi a vicenda? O necessitano addirittura l'uno dell'altro per essere raccontati? Secondo Richard Flanagan, ospite al Festival della Letteratura il 13 settembre scorso, non si può parlare dei drammi della guerra senza la speranza dell'amore, il testo non funziona da solo.
Flanagan, di origine tasmana, ci narra senza difficoltà la genesi del suo ultimo romanzo, appena tradotto in italiano per Bompiani (traduzione di Elena Malanga) , La strada stretta verso il profondo nord (The Narrow Road to the Deep North, 2013), vincitore del Man Booker Prize del 2014.

Trama: Dorrigo Evans, medico e generale australiano a comando di un disperato campo di lavoro nella giungla della Birmania della seconda guerra mondiale, cerca in ogni modo di mantenere in vita i suoi uomini, costretti a lavorare per una folle impresa e distrutti dalla fame e dalle malattie. Ma è l'amore impossibile per Amy, sposata a suo zio a non abbandonarlo mai, e a mettere a repentaglio ogni suo rapporto affettivo.

Questo romanzo intimo e inevitabile, come dice l'autore, narra una tragedia umana svoltasi durante gli orrori della seconda guerra mondiale, nel 1943, quando l'imperatore giapponese, decide di avviare un folle progetto per salvare le sorti della guerra, che i giapponesi ormai stanno perdendo: invadere l'India dalla Birmania. Ma la Birmania è lontana dalle sue linee di rifornimento, quindi, per far arrivare uomini e mezzi in quella giungla dalle piogge perenni, decide di far costruire una linea ferroviaria che da Bangkok porti fino in Birmania. Un'impresa titanica già con mezzi attrezzati e tempi sensati, ma che si vuole concludere in poco più di un anno e avvalendosi solo del lavoro forzato di migliaia di prigioneri di guerra coreani, americani e australiani. L'impresa costerà la vita a “più persone delle parole contenute nel mio libro”, come lo definisce l'autore, tra le 100.000 e le 200.000 persone, non sapremo mai il numero esatto.
Tra i sopravvissuti a quella verrà conosciuta come la 'ferrovia della morte', anche il padre dell'autore stesso, che narra al figlio le strazianti e surreali vicende poi contenute nel romanzo.


Flanagan, come ci spiega al Festival, non voleva affatto scrivere questo romanzo, lo aveva rimandato e rinviato per anni, ma sentiva una certa premura, una pressione che lo portava verso questa storia. Una responsabilità alla scrittura, alla quale lui, già noto romanziere, sentiva di non potersi più sottrarre. “Sentivo, che se non avessi scritto questo libro, non avrei più scritto nient'altro, la mia carriera si sarebbe fermata.”
Riscrive la bozza del libro per ben cinque volte, gettandola ogni volta, insoddisfatto.
Poi, nel 2002, si trova a passeggiare lungo il Sydney Harbour Bridge e gli torna in mente una storia d'amore, sentita anni prima. É la storia di un migrante lettone, vissuto in Tasmania, che era partito per la guerra, abbandonando il suo paesino di origine e la moglie. Alla fine della guerra, quando finalmente poté tornare a casa, la sua casa non c'era più, non c'era più il suo paesino e neanche sua moglie, presumibilmente morta. L'ex-soldato non si da per vinto e passa i prossimi due anni alla ricerca dell'amata moglie, prima di arrendersi e migrare in Tasmania. Qui riesce a farsi una nuova vita e una nuova famiglia. Molti anni dopo, si ritrova a passeggiare casualmente per Sydney e vede, in mezzo alla folla, la moglie lettone che credeva morta. Ha pochi secondi di tempo per decidere come reagire, se andarle incontro e salutarla, o continuare per la sua strada e lasciare che le cose procedano per il corso ormai intrapreso.
Questa, decise Flanagan, era la chiave che gli mancava per scrivere il suo romanzo. Si fiondò nel primo bar che gli capitò sotto tiro, chiese al barista una penna e inizio a scrivere sulle tovagliette del bar. Ci metterà dodici anni poi per concludere la sua scrittura.
“Se vuoi scrivere del male, dell'oscurità, devi scrivere anche della speranza. Devi offrire anche la verità della speranza, che è l'essenza dell'essere umano, e che nella sua forma migliore è espressa nell'amore.”

Ecco che la sua testimonianza di guerra si coniuga con una storia d'amore.

Il senso del dovere che lo spinse a prendere in mano la penna deriva anche dall'incomunicabilità di certi orrori, dall'impossibilità dei sopravvissuti di raccontare la loro storia, la mancanza di parole adeguate per farlo, per farsi capire. Questa impossibile comunicazione viene espressa molto bene nel romanzo, da un generale, che non riesce a far capire alla sua famiglia, anni dopo la guerra, come mai è così importante piegare i vestiti con le pieghe verso l'interno, secondo le regole di campo dei giapponesi. E il suo orrore lo porta a ripegare personalmente gli abiti dei suoi figli, che lo stanno a guardare, incapaci di comprendere.

Kundera: “La battaglia della libertà contro il potere è la stessa della memoria contro la dimenticanza.”

Le ferite subite dai prigioneri di guerra non sono soltanto fisiche, ma sopratutto psicologiche, che col tempo anziché marginarsi si allargano sempre di più e si propagano sulla famiglia, sui figli. Sono ferite cosmiche, che passano di generazione in generazione e a volte non guariscono mai.
Il libro però non parla solo dei prigioneri australiani, parla anche dei generali giapponesi incaricati a sorvegliare i lavori e dirigere il campo. Alla domanda come abbia fatto a procurarsi i racconti di questi personaggi “dell'altra sponda” l'autore risponde dicendo che in realtà siamo meno diversi di quello che pensiamo e ci possiamo vedere riflessi negli occhi del nemico. Sono le circostanze a rendere un uomo un torturatore.
Se avesse scritto solo parlando delle vittime, come spiega Flanagan, avrebbe creato un senso di martirio, di vittimismo, che non fa che dividere le persone tra quelle con un senso morale maggiore o minore. “Ma quella è proprio la strada che ha condotta alla costruzione della ferrovia, o ad Auschwitz.”

“I prigioneri erano quelli fortunati, perché hanno soltanto dovuto soffrire; le guardie invece, loro hanno dovuto infliggere quelle sofferenze e vivere per sempre con quella vergogna.”

Si parla anche dell'importanza delle illusioni, creatrici di speranze. Il medico Evans, si rende conto di non essere in grado di fare quello che va fatto, le sue cure sono futili, ma alimentano le speranze, e allora il teatrino delle illusioni diventa l'unica cosa in grado di tenerli ancora in vita.

Flanagan conclude con una breve spiegazione a proposito del titolo del romanzo, una citazione da Basho, importante poeta giapponese del '600. Questo perchè il libro vuole mostrare, oltre al punto culturale più basso al quale il Giappone abbia mai potuto scendere, anche quello più alto e la bellezza della quale è sempre stato capace. 

Flanagan, mentre firma il mio segnalibro. Non ho trovato un libro da farmi firmare in tempo...




Recensione:

Questa non è una lettura per chi ha lo stomaco sensibile. Bisogna dirlo. Non è stato per nulla semplice completare questa lettura, interrotta più volte dalle scene molto crude e oltre il limite del tollerabile. Ma purtroppo queste scene non sono frutto di una fantasia dai gusti splatter, e in memoria e in onore delle persone che hanno sofferto simili angherie, e per l'autore che non si è tirato indietro di fronte a questo non facile compito, sono andata avanti, fino in fondo a questa drammatica storia. La poesia delle parole di Flanagan crea un forte contrasto, sicuramente ricercato, con il dramma che deve rappresentare. E contrasta anche fortemente la storia d'amore, così centrale a questa vicenda, intollerabile senza. Sono rimasta colpita dalla capacità dell'autore di inoltrarsi nella mente dei suoi personaggi, e non nasconderci nulla del loro animo, dall'egoismo del prigioniero affamato, incapace di condividere il proprio riso con un amico che è rimasto a bocca asciutta, alla lucida follia del generale giapponese che vive i grandi momenti della vita attraverso gli haiku di Basho. 
Leggendolo ci si rende conto dell'importanza di un libro come questo, un libro spiacevole, che fa sentire sulla pelle la pioggia monsonica interminabile della giungla e gli odori della tenda ospedale.
Notevole.




giovedì 3 settembre 2015

Recensione #05 When We Were Orphans - Kazuo Ishiguro


Non c'è niente da fare, la scrittura di Ishiguro mi incanta sempre.
Questo suo romanzo, uscito nel 2000 e candidato al Man Booker Prize, ci riesce con un'atmosfera cupa e misteriosa, che ti fa stare col fiato sospeso fino alla fine. (In Italia è uscito per Einaudi col titolo di "Quando eravamo orfani", traduzione di Susanna Basso.)
Christopher Banks, detective di fama nella Londra degli anni '30, ci racconta la sua storia, attraverso continui salti temporali, tra la sua infanzia nel quartiere degli stranieri a Shanghai, e il suo presente, mentre fa la conoscenza di Sarah, una rampante damigella che non vuole starsene con le mani in mano ma "fare qualcosa" per essere utile in questa Europa del 1937 in cui tutti parlano già di guerra ma non sanno come fermarla.
L'infanzia di Christopher lo tormenta, a causa dell'irrisolto caso della scomparsa dei suoi genitori e il suo conseguente trasferimento nel Regno Unito. Riuscirà l'ormai celebre detective a risolvere il caso più intimo e importante della sua vita? E quanto sarà disposto a sacrificare per andare fino a fondo della storia?

L'affascinante atmosfera della Shanghai degli anni '30 non poteva non coinvolgermi in questa lettura dal respiro un po' noir, ma ho sicuramente fatto fatica a muovermi in un ambiente a me così estraneo, sia geograficamente che storicamente. Sicuramente una minima conoscenza di storia avrebbe aiutato molto la lettura, comunque molto scorrevole.
Tra le critiche fatte a questo romanzo si trova in primo luogo l'inaffidabilità del narratore, dovuta soprattutto all'età alla quale risalgono i suoi ricordi cinesi, ma devo dire che invece ho trovato vincente questa narrazione, così incerta e annebbiata, i ricordi si comportano proprio così, spesso non sono affidabili, spesso vanno reinterpretati in maniera diversa a distanza di anni. 
Lo consiglio agli amanti di Ishiguro, ma anche agli amanti delle ambientazioni storiche in Asia. 

Recensione #04 Camera Oscura - Simonetta Agnello Hornby

Questo è stato il mio approccio con questa autrice palermitana e purtroppo ha deluso le mie aspettative.
Il breve racconto rielabora in forma romanzata uno scambio di lettere tra Lewis Carroll, il notissimo autore di "Alice nel Paese delle Meraviglie" e alcune famiglie borghesi di Oxford durante gli anni '60 dell'Ottocento. L'autore, famosissimo già all'epoca, teneva una cattedra di matematica all'università ed era appassionato di fotografia. Per le famiglie che contavano di Oxford era un'onore far fotografare le proprie figlie dall'autore, nonostante l'ambigua situazione in cui si trovavano queste ragazzine. La scioltezza con cui i vittoriani si prestavano a queste sedute, lasciando le bambine da sole con Dodgson (nome vero del professore), al punto che venivano soprannominate le "piccole amiche" dell'autore, mi lascia davvero perplessa, in particolare poi considerando che dal 1867 l'autore inizio a ritrarre le bambine anche nude.
In questo racconto la Hornby rielabora la storia di una di queste bambine e il rapporto sviluppatosi con Dodgson, rapporto bruscamente interrotto dai genitori di lei e che la segnerà per il resto della sua vita. La ragazzina, infatuata dell'autore soffrirà per anni a causa di una mancata spiegazione per l'interruzione del rapporto.
Per quanto lo sfondo della vicenda e il suo protagonista siano davvero intriganti e inquietanti, trovo che questo racconto sia troppo breve, apra delle strade che non approfondisce e perda delle occasioni. (Un peccato ad esempio non narrare più in dettaglio i processi di produzioni delle fotografie, allora ancora in fase sperimentale e molto 'casalinga'). Il risultato è una storia apparentemente superficiale e un po' forzata, come a voler raccontare questa storia a tutti i costi, senza però avere un'idea precisa di cosa si vuole raccontare.
Spero davvero che l'autrice offra molto di più in altre sue opere.


mercoledì 2 maggio 2012

Recensione #03 Lo straniero - Albert Camus

Sfogliando il mio diario di lettura mi imbatto in Camus, Albert Camus e il suo straniero ( L'étranger). Questo libro era la prova finale di francese per il terzo anno. Avevamo alcuni libri a scelta e questo era...il più breve. Si, ammetto che la scelta era dettata dal numero di pagine, ma onestamente, scrivere una critica letteraria su un mattone dell' 800 sarebbe stata un'impresa impossibile.

Dunque, innanzitutto sono stata molto contenta della facilità di lettura del libro,scorre bene, con frasi comprensibili e una scelta lessicale decisamente gradita da una straniera come me. E poi mi ha dato la sensazione d'aver letto qualcosa di davvero importante, qualcosa che fa parte della Storia, con la 's' maiuscola. Come dire, wow, ho letto qualcosa di figo! Ah, il libro è del 1942.

Trama:
Meursault, il protagonista vive nell'Algeria occupata dai francesi e si sente 'estraneo' al mondo in cui si trova, suo malgrado, immerso. Per una combinazione di eventi e persone si trova coinvolto in una faida tra il suo vicino di casa e un gruppo di algerini e si trova ad uccidere a sangue freddo uno di questi. L'evento verrà collegato al recente funerale di sua madre e alla sua apparente indifferenza in quell'occasione e sarà proprio questa indifferenza che l'accusa userà per colpevolizzarlo come omicida senza cuore e indegno di continuare a vivere.

"Oui, s'est-il écrié avec force, j'accuse cet homme d'avoir enterré une mère avec un coeur de criminel." 
          ('Sì' ,urlò con forza, 'accuso quest'uomo d'aver interrato sua madre con un cuore da criminale.' traduzione mia) 

Adesso mi sento piccola, piccola nel dare la mia opinione su questo libro, gente molto più illustra di me ne ha parlato in maniera decisamente più efficiente.
Il libro mi ha indubbiamente colpito, sia per l'ambientazione arabo-francese, ma sospesa nella realtà, sia per le riflessioni condotte da Mersault che spesso coincidono con le mie. Il suo senso di estraniamento mi suona familiare, per quanto lui lo conduca ad un livello estremo e posso capire la sua incomprensione di alcune regole sociali e comportamentali assolutamente vuote che servono solo a coprire le apparenze. La sua accusa peggiore non è l'aver ucciso un uomo, perché in fondo si tratta di un arabo e alla buona società francese degli arabi non gliene potrebbe importare di meno, ma del fatto di non aver mostrato il giusto risentimento alla morte della madre. Non ha seguito le regole non scritte della società che richiedono una adeguata disperazione con lacrime e l'ostentazione del dolore per un lutto. Non importa che lui e sua madre si fossero allontanati negli anni e che lui magari soffra in silenzio. Non va bene, non si fa.
Le riflessioni che il personaggio si trova a fare in carcere, in attesa della fine, sono poi terribilmente universali, e riescono davvero a dare una sensazione di prigionia. Mersault si ritrova ad aspettare che arrivi e passi l'alba, perché quella è l'ora in cui avvengono le esecuzioni e se l'alba passa vuol dire che per quel giorno è salvo. Questa attesa per la morte è agghiacciante e insostenibile quanto l'inevitabile nichilismo nel quale egli si perde alla fine. L'idea che in fondo la vita "ne vaut pas la peine d'étre vecu" (non vale la pena d'esser vissuta) per un condannato a morte è un sollievo, anzi gli fa sembrare la sua posizione come una posizione di vantaggio rispetto a tutti gli altri costretti a vivere ancora per chissà quanti anni. Ma è soltanto un'illusione auto-imposta, per reggere meglio il rimpianto di una vita vissuta solo in parte e senza partecipazione.

Recensione #02 La ragazza della torre - Cecilia Dart-Thornton

Finito il libro l'altra sera. La ragazza della torre di Cecilia Dart-Thornton. Un fantasy al femminile molto interessante, ma di lenta lettura. 

Trama: una povera creatura, dal viso sfregiato e senza alcuna memoria viene portata ad una delle Torri di interscambio del paese dove funge da servitore nell'ombra. Ma la voglia di libertà e la ricerca della propria identità saranno più forti di ogni umiliazione e una nave volante la condurrà verso una serie di avventure incredibili.

Non oso dire di più della trama per paura di spoiler, ma dirò qualcosa sul setting. Il mondo immaginario creato dall'autrice è un mondo medievaleggiante con impronte steam-punk, dove grandi vascelli solcano i cieli mossi da uno speciale metallo magnetico che viene respinto dal terreno. Allo stesso modo volano anche i cavalli. Inoltre l'autrice crea una fitta rete di storie e leggende raccontate in ogni dove attorno al focolare, che attinge dal folklore britannico e germanico per riadattarle al suo mondo. Questo però fa si che le storie, estirpate dal loro contesto originale qui suonino stranamente familiari ed estranee allo stesso tempo, e danno un'effetto patchwork che alla lunga stanca, soprattutto perché infarcite da una mole di nomi bizzarri che in combinazione con l'italiano suonano ancora più strani e mettono a dura prova la memoria del lettore. La storia fila soprattutto per la curiosità di scoprire cosa succede ai protagonisti, ma la lettura di per sé non è particolarmente piacevole. A questo punto, affezionata al personaggio principale, mi darò alla lettura del seguito, ma temo una delusione. 

Sì, un giorno andrò oltre la Torre e intraprenderò un viaggio alla ricerca di tre cose: un viso da mostrare al mondo senza vergogna, il mio nome e il mio passato. E non riposerò finché non le avrò trovate...

SPOILER ALERT!!

Mi sento di avvisare prima di continuare il commento:
La cosa forse più particolare del libro è il fatto che comincia con un essere che ha perso ogni cognizione di sè e del suo passato e una volta portato alla Torre, esso, e il lettore vengono indotti a credere che si tratti di un ragazzo. Per una buona metà del libro il personaggio parla di sè come un ragazzo e viene trattato come tale, mettendo quindi in discussione il titolo tradotto del libro,che invece indica il protagonista come una donna. In originale il titolo era The Ill-Made Mute, un titolo neutro dal punto di vista del genere, ma l'italiano non permette questa ambiguità lessicale e pretende una scelta di genere. Immagino che questa prima parte del libro in inglese filasse con una alto tasso di ambiguità sessuale che lasciava il lettore con molti dubbi. Quando poi il personaggio scopre di essere una donna la cosa sorprende il lettore ancora di più, perché si trova a dover rivedere ciò che ha letto fino a quel momento con occhi diversi. Devo ammettere che personalmente la scoperta è stata un'enorme delusione. Raramente ci si imbatte in un fantasy scritto da una donna che abbia però come protagonista un uomo, e mi viene in mente solo Ursula Le Guin al momento. Quindi ci speravo davvero, in un fantasy non per forza al femminile perché scritto da una donna. Tutto l'aspetto sentimentale, presente in buona parte del libro é intrigante, ma già visto. 
Chissà come sarà il seguito...

domenica 29 aprile 2012

Recensione #01 Never Let Me Go - Kazuo Ishiguro

Alloora, primissima recensione. Ho deciso di cominciare con un libro letto un anno fa, anche perchè non ho ancora finito il libro che al momento è sul mio comodino.

Il libro in questione è Never Let Me Go di Kazuo Ishiguro. Questo è un libro del quale parlo sempre volentieri, perchè conduce a belle conversazioni, profonde e spesso anche lunghe. Innanzitutto, il libro originale è scritto in inglese e non in giapponese come pensavo, e questo mi ha permesso la lettura in lingua originale, che preferisco sempre. In giappo la cosa non sarebbe stata altrettanto semplice.
Naturalmente, mi è venuta voglia di leggerlo perché era appena uscito il film e prima di vedere il film (che non ho ancora visto....) volevo leggere il libro. Di base, la storia non mi ha fatto impazzire, ma rimane un buon libro di riflessione.

Trama: I tre protagonisti della storia, Ruth, Tommy e Kathy crescono in una specie di istituto privato in mezzo alla campagna, in Inghilterra. La loro vita è condizionata dalla conoscenza del loro destino: sono cloni che serviranno da adulti come 'riserve di pezzi di ricambio' per umani in difficoltà. Questo destino viene accettato come inevitabile dai tre ragazzi e da tutti gli altri ragazzi della scuola e non c'è nessuno spirito di ribellione o disperazione per il breve futuro. il libro segue la loro particolare vita dall'infanzia alla fine dell'adolescenza, quando dovranno abbandonare la sicurezza della scuola ed andare incontro al loro destino. In tutto questo si mescolano le loro piccole disavventure quotidiane e i loro primi amori, in forte contrasto con il peso che devono portare.

Visto l'argomento, la prima cosa che mi è venuta in mente leggendo questo libro è stata "The Island", film di un paio di anni fa, con Ewan McGregor e Scarlett Johannsen, dal tema molto simile. Ma la sostanziale differenza tra le due storie è la filosofia con la quale la condizione di clone viene vissuta. E qui viene fuori, secondo me, la differenza oriente-occidente. The Island viene definito da Wikipedia come un 'pastiche' di vari film di fantascienza degli anni '60 e '70, ed è comunque un prodotto occidentale, americano. I cloni qui, una volta scoperto lo scopo della loro esistenza, si ribellano, scappano e desiderano fortemente vivere una vita normale, vera. Si battono perché loro si sentono umani anche se tecnicamente non lo sono e non accettano di venire usati per salvare la vita alle persone per le quali sono stati creati. C'è quindi questa sostanziale differenza d'approccio che nel libro di Ishiguro spiazza totalmente. Per un occidentale l'idea di avere un destino già scritto da qualcun'altro e di doversi sacrificare forzatamente e anzi doverosamente, è totalmente inaccettabile. I ragazzi in fondo non sono legati e imprigionati, volendo la fuga sarebbe possibile, è  la volontà che li manca, il desiderio di vivere una vita normale. E questo è difficile da capire. 
Quello che mi era piaciuto meno del libro era lo stile di scrittura di Ishiguro, uno stile non lineare, con continui sbalzi in avanti e indietro nel tempo, che confondo ancora di più la nozione temporale della storia, che è già di suo un po' sospesa nel tempo, come in pausa. Avevo intenzione di leggere almeno un altro suo libro, ma alla fine non l'ho fatto, dovrei.