domenica 25 ottobre 2015

Recensione #06 Branchie - Niccolò Ammaniti



Questo è sicuramente il libro peggiore che ho letto questo mese. Ero molto curiosa di leggerlo, perchè si tratta del romanzo d'esordio dell'autore romano, scritto durante la stesura della sua tesi di laurea di Biologia (se finiva la tesi era molto meglio...) 
Il romanzo, uscito nel 1994, segue le vicende di Marco Donati, proprietario di un negozio di pesci a Roma, che si ritrova misteriosamente a intraprendere un viaggio in India, che decide di affrontare anche per evitare le cure di cui avrebbe bisogno per una grave malattia. In una Nuova Dehli improbabile, si ritroverà a suonare il didgeridoo in un bizzarro complesso musicale che predilige esibirsi nelle fogne, e che si troverà a dover affrontare un pericoloso chirurgo estetico pazzo che si diverte a giocare a fare il Frankenstein di turno.
Il racconto è un apologia dell' assurdo, con una forte componente di violenza. Ecco, forse è proprio questa combinazione che non mi convince mai, satira e ironia, combinati alla violenza. La delusione deriva anche dalle forti aspettative che avevo per questo libro, speravo si concentrasse molto di più sugli aspetti di biologia che invece sono quasi assenti. Il mestiere del protagonista sembra essere solo un'etichetta, perchè l'autore non approfondisce affatto questo aspetto. Peccato, ma essendo il suo romanzo d'esordio si può anche accettare, soprattutto ricordando gli ottimi libri che ha scritto in seguito.

Del libro è stato tratto addirittura un film...non oso neanche immaginare!


domenica 4 ottobre 2015

Kazuo Ishiguro - Festival della Letteratura di Mantova 2015

Con immenso ritardo scrivo finalmente il resoconto dei due incontri seguiti con Kazuo Ishiguro al Festival. Questa era un'occasione davvero da non perdere, poichè l'autore non veniva in Italia da parecchi anni e pubblica così sporadicamente che quando è presente non bisogna farselo scappare...


In occasione dell'uscita in Italia di "Il gigante sepolto", l'ultimo romanzo dell'autore anglo-giapponese, il Festival di Mantova lo ha ospitato offrendo ben due occasioni per incontrarlo. In una conferenza, intervistato da Michela Murgia, Ishiguro ha presentato il suo libro e la sera precedente, in un ambito decisamente più intimo e tranquillo, ha chiacchierato con il pubblico sui legami e le differenze tra cinema e letteratura. 

"Telling stories" (chiacchierata con Amedeo d'Adamo)

I legami tra 'Ish' e il cinema risalgono ancora all'inizio della sua carriera, quando scriveva per la televisione e abbozzava sceneggiature. La domanda che si sono posti durante la conferenza è la seguente: "Cos'è che al cinema riesce meglio della letteratura? E cosa invece riesce meglio alla letteratura che al cinema?"
La chiave di partenza è la memoria, fil rouge dell'opera dell'autore. (Basta pensare all'importanza della memoria in Quel che resta del giorno o in Quando eravamo orfani). La presentazione della memoria, dei ricordi riesce molto bene sulla carta stampata, ma fatica sul grande schermo. Il cinema fa uso di stratagemmi quali i flashback per rappresentare le memorie e il passato, ma l'ambiguità non sopravvive sullo schermo. I ricordi possono essere immagini ferme anzichè in movimento, e questi tableaux vivants si fermano bene sulla carta, ma il cinema, che è fatto di azione, di movimento, non ci riesce. Sono pochi i film che riescono a catturare bene l'idea della memoria (si cita Hitchcock e C'era una volta nel West). I documentari invece, hanno la capacità di catturare meglio i ricordi, sono un'estensione del passato, 
L'incertezza e la vaghezza dei ricordi mostrano anche il modo in cui le persone rielaborano il loro passato, come lo manipolano o lo nascondono. Nei romanzi inoltre si fa spesso uso di punti di vista alternativi a quello del protagonista, e le ambiguità possono essere presentate ad esempio attraverso l'uso di un narratore inaffidabile, ma al cinema? 

L'azione invece risalta sullo schermo, molto meglio che sulla carta. Il cinema contemporaneo, specialmente quello americano, è molto concentrato sull'azione e gli spettatori vogliono vedere il trionfo dello spirito umano. Il cinema giapponese invece ha delle tendenze molto diverse, in esso si rappresenta spesso l'accettazione stoica di un destino crudele. Infatti, la rassegnazione dei personaggi di 'Non lasciarmi' era molto aliena ai produttori americani, che definirono lo definirono "Il film in cui i ragazzi muoiono".
Ecco dunque, l'azione sul grande schermo funziona meglio, è più difficile da scrivere in narrativa e non occupa lo stesso spazio nell'architettura del testo, può solo essere un passaggio.

Quasi tutte le scene d'azione al cinema, nei film come quelli della serie di Jason Bourne, sono azioni difensive. Il protagonista scappa, e nelle scene di battaglia viene attaccato, Ma negli ultimi film di James Bond molte scene sono diventate di attacco, come a mostrare un'aggressività in aumento della società. Le emozioni che ne vengono fuori sono molto diverse, spinte dagli istinti primordiali di cacciatore. L'azione difensiva invece crea un legame diverso tra lo spettatore e i protagonisti. Basta pensare all'Isola del tesoro di Stevenson, dove l'azione difensiva iniziale ti lega al personaggio. Solo in seguito diventerà egli stesso 'cacciatore'.

L'alleanza tra cinema e letteratura è necessaria, entrambi i media funzionano bene e si alimentano a vicenda. Il cinema ha bisogno della narrativa, sta finendo le idee, il cinema invece fa pubblico, rende nota una vicenda.
Una delle difficoltà legate alla scrittura di scene d'azione sta nel fatto che chi scrive si affida alle immagini che ha visto nei film, ne è influenzato. La fase più interessante allora della scrittura d'azione è quella che precede l'era cinematografica. Dovremmo tutti 'purificarci' dal cinema per scrivere una scena d'azione.


Michela Murgia intervista Kazuo Ishiguro

Trovare insieme due autori molto stimati come questi è stato davvero un bel colpo di fortuna. E una combinazione così insolita poi, ma molto riuscita.
Murgia e Ishiguro hanno parlato assieme del nuovo libro, di recente traduzione italiana, "The Buried Giant" ovvero "Il gigante sepolto" e del tema della memoria e della dimenticanza. Quando è importante mantenere vivo un ricordo? Quando invece è necessario dimenticare per riuscire ad andare avanti?

Questo romanzo ha sorpreso molti lettori, venendo categorizzato come romanzo di genere fantasy, quando gli altri suoi romanzi sono considerati 'letteratura'.

La discussione lascia Ishiguro piuttosto perplesso. I generi della narrativa vengono gerarchizzati, creando così una letteratura alta e una bassa, come se ci fossero generi migliori, superiori ad altri. Lui voleva solo scrivere un buon libro, non considerando affatto a che genere letterario potesse appartenere.
Questa suddivisione di genere è pericolosa, perchè puà portare a una limitazione nelle scelte di lettura delle persone, a far sì che alcuni lettori si racchiudiano all'interno dei confini di uno o più generi, ignorando gli altri. Ma le limitazioni possono riguardare anche gli scrittori. Questi generi sono confini dell'immaginazione. E da dove vengono queste categorie? Sono state inventate dalle case editrici, al solo scopo di vendere. Dovremmo superare questi confini, non crederci. L'ultima cosa a cui pensa scrivendo, continua, è proprio in quale genere verrà catalogato il suo romanzo. Qualsiasi metodo va bene per far funzionare la storia. Paragona la sua scrittura alle bizzarre macchine volanti della prima epoca dell'aviazione; le persone costruivano macchine dall'aspetto curioso, ma non importava il loro aspetto, importava solo che alla fine spiccassero il volo. "Quando scrivo, cerco solo di far volare la storia, qualsiasi aspetto essa abbia."

La memoria è il tema centrale di questo romanzo. Un intero popolo dimentica il proprio passato, poichè racchiude qualcosa di orribile. La pace che si è potuta costruire in questa società è fondata sulla dimenticanza collettiva.
La storia è nata dall'idea di indagare come i popoli possano ricordare, anzichè i singoli individui. Come fanno? Ci sono momenti in cui una nazione deve dimenticare per riuscire ad andare avanti? A volte, per il bene della pace è meglio voltare pagina, per fermare il circolo di violenza. Questa può essere una pace vera. Nella storia è successo più volte che un popolo sembrasse in pace, ma una volta rimosso un dittatore, o cambiato un governo, sono riemerse antiche violenze (in Medio Oriente, ad esempio). Dimenticare può essere importante per trovare una pace più profonda, più duratura.
Questo discorso può valere anche per le famiglie, per i matrimoni, dove a volte bisogna mettere da parte dei momenti di incomprensione, di litigio, per mantenere un forte legame. Ma l'amore può essere genuino se si basa sulle dimenticanze? O a un certo punto svanisce a causa di esse? I protagonisti del romanzo, anziani, si pongono proprio questo quesito, se è necessario ricordare il loro orribile passato per dimostrare che il loro rapporto è genuino.

La stessa nebbia che avvolge la terra del romanzo sembra avvolgere anche le nostre democrazie, dove siamo sommersi da storie, immagini e contenuti ma si dimentica così tanto. Si dimentica anche per difendersi da questo flusso continuo, inarrestabile di informazioni. Se pensiamo a come le nazioni ricordano, viene da domandarsi dove sono le banche di questa memoria e soprattutto, chi le controlla. I nostri paesi contengono enormi giganti sepolti, che collettivamente si ha deciso di dimenticare.
Con tutti i mezzi a nostra disposizione, l'effetto finale è di non possere nessuna informazione. "L'eccesso è una mancanza."
Come ricorderemo il nostro passato recente? L'Europa è costruita sui giganti sepolti della Seconda guerra mondiale, e gli Stati Uniti su quelli delle lotte razziali.
Spetta anche ai romanzieri la responsabilità di scegliere cosa raccontare e cosa no.

Ishiguro continua spiegando perchè preferisce scrivere romanzi e non saggi. I romanzi sono in grado di catturare le emozioni e spiegare cosa vuol dire essere umani. Vuole porgere delle domande al lettore, chiedergli se anche lui 'si sente così', per capire se è così che ci si sente a vivere una vita umana.

Attraverso la narrativa la memoria diventa di tutti. Tutte le memorie del mondo ci appartengono perchè qualcuno ce le ha raccontate, in un modo o nell'altro. La letteratura quindi è uno spazio dove non ci sono le risposte, ma ogni interpretazione è possibile, le domande non vengono uccise dalle risposte degli altri.

Anche in Italia abbiamo sperimentato il problema di far conciliare le memorie di vincitori e vinti. Ma il confine tra riconciliazione e rinnegazione è labile, è sempre il vinto che vuole la riconciliazione, il vincitore preferisce la memoria.
Questo delicato equilibrio è stato miracolosamente raggiunto in Europa e in Sudafrica dopo la guerra. Chiedere ogni tanto di dimenticare è un male necessario, chi ha commesso qualcosa la fa franca, ma mette un punto alla violenza. Dopo l'Apartheid sono stati evitati pesanti conflitti, grazie a un processo di riconciliazione consapevole e deliberato. Anche l'Europa è piena di colpe sepolte, è un miracolo che alcuni paesi oggi vivano in pace gli uni con gli altri, se si pensa alla geografia politica del ventesimo secolo. Si è arrivati a perdonare senza dimenticare del tutto. La pace così raggiunta è autentica, non forzata da nessuno. Questi sono buoni esempi di equilibri raggiunti con consapevolezza.

E il Giappone? Non ha fatto un buon lavoro nel gestire il proprio passato, i ricordi della guerra. Dopo la seconda guerra mondiale gli Stati Uniti avevano bisogno di un Giappone forte e i cittadini sono stati incoraggiati a vedersi solo come vittime e a dimenticare il proprio ruolo di aggressori nella guerra. Solamente in anni recenti i giapponesi hanno iniziato a chiedersi per la prima volta che cosa hanno fatto, perchè i cinesi e i coreani sono amareggiati con loro. Se il Giappone è diventato uno stato forte e democratico, è stato soltanto per questo, ma gli impuniti sono stati molti.


Adesso non vedo l'ora di immergermi in questa lettura, spunto di riflessioni così importanti!

mercoledì 16 settembre 2015

Richard Flanagan - Festival della Letteratura di Mantova 2015




L'orrore e l'amore possono condividere uno stesso spazio senza annullarsi a vicenda? O necessitano addirittura l'uno dell'altro per essere raccontati? Secondo Richard Flanagan, ospite al Festival della Letteratura il 13 settembre scorso, non si può parlare dei drammi della guerra senza la speranza dell'amore, il testo non funziona da solo.
Flanagan, di origine tasmana, ci narra senza difficoltà la genesi del suo ultimo romanzo, appena tradotto in italiano per Bompiani (traduzione di Elena Malanga) , La strada stretta verso il profondo nord (The Narrow Road to the Deep North, 2013), vincitore del Man Booker Prize del 2014.

Trama: Dorrigo Evans, medico e generale australiano a comando di un disperato campo di lavoro nella giungla della Birmania della seconda guerra mondiale, cerca in ogni modo di mantenere in vita i suoi uomini, costretti a lavorare per una folle impresa e distrutti dalla fame e dalle malattie. Ma è l'amore impossibile per Amy, sposata a suo zio a non abbandonarlo mai, e a mettere a repentaglio ogni suo rapporto affettivo.

Questo romanzo intimo e inevitabile, come dice l'autore, narra una tragedia umana svoltasi durante gli orrori della seconda guerra mondiale, nel 1943, quando l'imperatore giapponese, decide di avviare un folle progetto per salvare le sorti della guerra, che i giapponesi ormai stanno perdendo: invadere l'India dalla Birmania. Ma la Birmania è lontana dalle sue linee di rifornimento, quindi, per far arrivare uomini e mezzi in quella giungla dalle piogge perenni, decide di far costruire una linea ferroviaria che da Bangkok porti fino in Birmania. Un'impresa titanica già con mezzi attrezzati e tempi sensati, ma che si vuole concludere in poco più di un anno e avvalendosi solo del lavoro forzato di migliaia di prigioneri di guerra coreani, americani e australiani. L'impresa costerà la vita a “più persone delle parole contenute nel mio libro”, come lo definisce l'autore, tra le 100.000 e le 200.000 persone, non sapremo mai il numero esatto.
Tra i sopravvissuti a quella verrà conosciuta come la 'ferrovia della morte', anche il padre dell'autore stesso, che narra al figlio le strazianti e surreali vicende poi contenute nel romanzo.


Flanagan, come ci spiega al Festival, non voleva affatto scrivere questo romanzo, lo aveva rimandato e rinviato per anni, ma sentiva una certa premura, una pressione che lo portava verso questa storia. Una responsabilità alla scrittura, alla quale lui, già noto romanziere, sentiva di non potersi più sottrarre. “Sentivo, che se non avessi scritto questo libro, non avrei più scritto nient'altro, la mia carriera si sarebbe fermata.”
Riscrive la bozza del libro per ben cinque volte, gettandola ogni volta, insoddisfatto.
Poi, nel 2002, si trova a passeggiare lungo il Sydney Harbour Bridge e gli torna in mente una storia d'amore, sentita anni prima. É la storia di un migrante lettone, vissuto in Tasmania, che era partito per la guerra, abbandonando il suo paesino di origine e la moglie. Alla fine della guerra, quando finalmente poté tornare a casa, la sua casa non c'era più, non c'era più il suo paesino e neanche sua moglie, presumibilmente morta. L'ex-soldato non si da per vinto e passa i prossimi due anni alla ricerca dell'amata moglie, prima di arrendersi e migrare in Tasmania. Qui riesce a farsi una nuova vita e una nuova famiglia. Molti anni dopo, si ritrova a passeggiare casualmente per Sydney e vede, in mezzo alla folla, la moglie lettone che credeva morta. Ha pochi secondi di tempo per decidere come reagire, se andarle incontro e salutarla, o continuare per la sua strada e lasciare che le cose procedano per il corso ormai intrapreso.
Questa, decise Flanagan, era la chiave che gli mancava per scrivere il suo romanzo. Si fiondò nel primo bar che gli capitò sotto tiro, chiese al barista una penna e inizio a scrivere sulle tovagliette del bar. Ci metterà dodici anni poi per concludere la sua scrittura.
“Se vuoi scrivere del male, dell'oscurità, devi scrivere anche della speranza. Devi offrire anche la verità della speranza, che è l'essenza dell'essere umano, e che nella sua forma migliore è espressa nell'amore.”

Ecco che la sua testimonianza di guerra si coniuga con una storia d'amore.

Il senso del dovere che lo spinse a prendere in mano la penna deriva anche dall'incomunicabilità di certi orrori, dall'impossibilità dei sopravvissuti di raccontare la loro storia, la mancanza di parole adeguate per farlo, per farsi capire. Questa impossibile comunicazione viene espressa molto bene nel romanzo, da un generale, che non riesce a far capire alla sua famiglia, anni dopo la guerra, come mai è così importante piegare i vestiti con le pieghe verso l'interno, secondo le regole di campo dei giapponesi. E il suo orrore lo porta a ripegare personalmente gli abiti dei suoi figli, che lo stanno a guardare, incapaci di comprendere.

Kundera: “La battaglia della libertà contro il potere è la stessa della memoria contro la dimenticanza.”

Le ferite subite dai prigioneri di guerra non sono soltanto fisiche, ma sopratutto psicologiche, che col tempo anziché marginarsi si allargano sempre di più e si propagano sulla famiglia, sui figli. Sono ferite cosmiche, che passano di generazione in generazione e a volte non guariscono mai.
Il libro però non parla solo dei prigioneri australiani, parla anche dei generali giapponesi incaricati a sorvegliare i lavori e dirigere il campo. Alla domanda come abbia fatto a procurarsi i racconti di questi personaggi “dell'altra sponda” l'autore risponde dicendo che in realtà siamo meno diversi di quello che pensiamo e ci possiamo vedere riflessi negli occhi del nemico. Sono le circostanze a rendere un uomo un torturatore.
Se avesse scritto solo parlando delle vittime, come spiega Flanagan, avrebbe creato un senso di martirio, di vittimismo, che non fa che dividere le persone tra quelle con un senso morale maggiore o minore. “Ma quella è proprio la strada che ha condotta alla costruzione della ferrovia, o ad Auschwitz.”

“I prigioneri erano quelli fortunati, perché hanno soltanto dovuto soffrire; le guardie invece, loro hanno dovuto infliggere quelle sofferenze e vivere per sempre con quella vergogna.”

Si parla anche dell'importanza delle illusioni, creatrici di speranze. Il medico Evans, si rende conto di non essere in grado di fare quello che va fatto, le sue cure sono futili, ma alimentano le speranze, e allora il teatrino delle illusioni diventa l'unica cosa in grado di tenerli ancora in vita.

Flanagan conclude con una breve spiegazione a proposito del titolo del romanzo, una citazione da Basho, importante poeta giapponese del '600. Questo perchè il libro vuole mostrare, oltre al punto culturale più basso al quale il Giappone abbia mai potuto scendere, anche quello più alto e la bellezza della quale è sempre stato capace. 

Flanagan, mentre firma il mio segnalibro. Non ho trovato un libro da farmi firmare in tempo...




Recensione:

Questa non è una lettura per chi ha lo stomaco sensibile. Bisogna dirlo. Non è stato per nulla semplice completare questa lettura, interrotta più volte dalle scene molto crude e oltre il limite del tollerabile. Ma purtroppo queste scene non sono frutto di una fantasia dai gusti splatter, e in memoria e in onore delle persone che hanno sofferto simili angherie, e per l'autore che non si è tirato indietro di fronte a questo non facile compito, sono andata avanti, fino in fondo a questa drammatica storia. La poesia delle parole di Flanagan crea un forte contrasto, sicuramente ricercato, con il dramma che deve rappresentare. E contrasta anche fortemente la storia d'amore, così centrale a questa vicenda, intollerabile senza. Sono rimasta colpita dalla capacità dell'autore di inoltrarsi nella mente dei suoi personaggi, e non nasconderci nulla del loro animo, dall'egoismo del prigioniero affamato, incapace di condividere il proprio riso con un amico che è rimasto a bocca asciutta, alla lucida follia del generale giapponese che vive i grandi momenti della vita attraverso gli haiku di Basho. 
Leggendolo ci si rende conto dell'importanza di un libro come questo, un libro spiacevole, che fa sentire sulla pelle la pioggia monsonica interminabile della giungla e gli odori della tenda ospedale.
Notevole.




lunedì 7 settembre 2015

Saghe che non ho finito e chissà se finirò mai


Sono una grande appassionata di saghe fantasy, sono state il mio ingresso nel mondo della lettura da piccola e mi faccio sempre catturare dai personaggi e le situazioni, quindi sento sempre il bisogno di andare a leggere come la storia va a finire. Ma a volte capita, ed è comunque raro, che una saga mi lasci indifferente o non mi appassioni abbastanza da farmi continuare nella lettura, poi passa del tempo e finisce che non la riprendo più in mano perchè non mi ricordo più niente... Certo, esiste Wikipedia, dove si potrebbero controllare le trame dei libri precedenti, ma francamente, chi ha voglia di farlo?
Ecco quindi alcune saghe che ho lasciato perdere e ormai ho scordato buona parte della trama:

 - Eragon (Christopher Paolini)

trama: In un mondo fantastico medievalizzante, il giovane, Eragon trova un uovo di drago nel bosco, e da là iniziano i suoi guai. Assieme al suo drago e a un saggio mentore pratico delle arti magiche, dovrà imparare a combattere per diventare anche un Cavaliere dei Draghi e sopravvivere in un mondo ricco di insidie e pericoli.

Qua la lettura risale a molti anni fa, quando questa saga andava molto di moda. Ricordo bene che l'unico personaggio che mi interessase anche solo un poco era il fratello di Eragon, ma la storia non mi interessava molto. La trovavo piuttosto banale, ricordava troppo 'Il signore degli anelli' e mi stufai abbastanza. Ricordo vagamente d'aver letto anche il secondo libro, ma solo perchè fino a qualche mese fa occupava molto spazio nella mia libreria, altrimenti l'avrei rimosso completamente.

Letti: 2/4

 - Ciclo di Bitterbynde (Cecilia Dart-Thornton)

trama: Una creatura muta e deforme ci narra la sua storia e il suo difficile percorso per ritrovare la propria identità perduta, lasciando la Torre dove ha sempre vissuto, in un mondo dominato da creature magiche  e pericolose e affascinanti navi che solcano i cieli 

Per quel che riguarda questa serie, potrei ancora considerare l'ipotesi di riprenderla in mano, mi manca da leggere solo l'ultimo libro e il primo mi era piciuto così tanto da perdonare la debolezza del secondo volume. (recensione qua: La ragazza della torre)
Nel secondo volume tutto l'aspetto romantico della storia viene enfatizzato troppo per i miei gusti e il personaggio principale assume delle caratteristiche piuttosto standard, perde insomma ciò che lo rendeva così intrigante nel primo volume.

Letti: 2/3

 - Harry Dresden (Jim Butcher)

trama: Harry Dresden offre i suoi servizi come detective e mago, una combinazione unica nella cupa città di Chicago, dove la polizia non disdegna i suoi servizi quando ha a che fare con casi paranormale e irrisolvibili. E il mondo della malavita magica è ancora più pericoloso di quella normale....

Questa serie di urban fantasy mi era stata consigliata anni fa e nonostante la mole (sono ormai 15 volumi), mi aveva incuriosito abbastanza da acquistare il primo volume. Purtroppo non mi è piaciuto per niente il protagonista, il mago-detective Dresden, e non ho provato nessun interesse per gli eventi della storia, al punto che non vedevo l'ora di finire il libro per metterlo via. (Non riesco a interrompere una lettura, è più forte di me). 
Da altre recensioni che ho letto so che questo è il volume più debole della serie e che bisogna continuare, perchè i prossimi volumi migliorano notevolmente. Ma ho una sola vita. E questi sono ancora quattordici libri. Quindi...

Letti: 1/15 (in corso)

 - Outlander (Diana Gabaldon)

trama: Claire Randall, ex infermiera durante la seconda guerra mondiale, è in vacanza con il marito, poco dopo la guerra, tra gli altipiani scozzesi. Ma un cerchio di pietre magiche la riporterà indietro nel tempo, fino al 1743 e lei dovrà adattarsi alla difficoltà di un mondo così diverso dal suo e di un popolo, quello scozzese, che vede in lei, britannica fin nelle ossa, una nemica.

Anche in questo caso vale parzialmente la ragione precedente, ovvero, troppi libri! (O comunque troppo lunghi, da 700 pagine l'uno circa, nell'edizione inglese).
Ho letto con molto interesse il primo volume di questa serie, spinta dall'uscita della serie tv, ma mi ha lasciato così turbata che non sono affatto sicura di voler continuare con la lettura. Dovrei fare una recensione di quel libro, ho molte cose da dire... 
Ad ogni modo, il secondo volume si svolge a 20 anni di distanza dalla fine del primo, e già questo gap temporale mi fa persistere non poco. L'ambientazione però è così ben fatta...

Letti: 1/8 (in corso)

 - Saga degli Shadowhunters (Cassandra Clare)

trama: La quindicenne Clary si accorge di vedere persone e cose, a Manhattan, che nessun altro nota. Quando poi sua madre scompare improvvisamente verrà catapultata in un mondo parallelo fatto di licantropi, vampiri e creature di ogni sorta e controllato dagli Shadowhunters, guerrieri angelici con il compito di proteggere il mondo dalle orde infernali.

Se ho iniziato a leggere questi libri è tutta colpa di Booktube e delle booktuber americane (di età media tra i 16 e 20 anni...). Anche in questo caso si tratta di un urban fantasy, anche in questo caso i libri sono tanti, ma soprattutto non mi piace come scrive l'autrice e non sopporto metà dei personaggi (si salva solo Simon, che con le sue battute mi ha aiutato a continuare nella lettura). Sono arrivata fino al terzo volume, che avrebbe dovuto essere l'ultimo, ma evidentemente visto il successo della serie è stato deciso di estenderla per altri tre. Per quel che mi riguarda finisce a Città di Vetro e non mi interessa minimanete cosa succede dopo. 
Adesso è in preparazione una serie tv tratta da questa saga, che dovrebbe riparare ai danni inflitti dalla versione filmica del primo libro (atroce, degli attori pessimi, una regia che fa paura, pure la musica non andava).

Letti: 3/6

Forse prima o poi riprenderò in mano una o più di queste saghe, ma nel frattempo ho molto altro da leggere...